Ho pensato spesso a come parlare del mio lavoro, della mia ricerca sul paesaggio, del senso che ha l’essere paesaggista ai giorni nostri. Paesaggista che vuol dire? (è persino imbarazzante dirlo) un altro figurativo! Dov’è mai l’interesse, e a chi può mai interessare ancora? Certo si decora ancora e in quale salotto manca un paesaggio? Probabilmente il pittore paesaggista produce piacevoli scene rilassanti, facili che non disturbano, che puoi mettere dovunque, che diventano discreta tappezzeria e una volta che le hai appese puoi anche dimenticarle; spesso è così! Una grande tristezza mi assale quando vedo molte opere del genere, totalmente anonime , senza pretese, forse dipinte per intrattenersi o giusto per passare il tempo esercitando una più o meno buona manualità o maestria nel riprodurre l’oggetto della propria attenzione. Strano, quando penso al paesaggio su tela, vedo anticipatamente ogni volta i rischi d’ovvietà, di banalità, di già visto e già fatto, tanto che mi chiedo che altro ancora, come e perchè un altro quadro può essere dipinto.

Rifletto sul quando e perché ho cominciato, mi chiedo quando mi sono scoperto paesaggista io che non amo molti pittori della natura; spesso anche i più abili mi sono venuti a noia e pochi hanno catturato il mio interesse. Devo, parlando di me, dire prima di tutto che pittore sono diventato poiché non mi sono dato altra scelta: ho preso la decisione a sette anni dopo aver visto un altro ragazzino al cavalletto che dipingeva una veduta di montagna; quei gesti mi hanno incantato per sempre e non ho mai più immaginato di fare alto nella mia vita se non dipingere e, in fondo, non ho fatto molto di più; perchè mai paesaggista? C’è molto d’altro, e ho provato a lungo ad esplorare altre strade, a cercare dentro di me altri contenuti, che forse ci sono, ma quando hanno trovato corpo su una tela, sono apparsi incerti, confusi e incoerenti; quanti di noi esseri umani hanno questa inesprimibile inquietudine opprimente, che vorrebbe un linguaggio che gli desse forma e corpo, così da poterla guardare in faccia e capire da cosa è originata, e forse, scoprire che è un nostro tratto caratteriale che ci accompagnerà comunque e ovunque e per sempre.

Ho dipinto per conoscere il mondo circostante e tradurlo, indagarlo attraverso la pittura e il disegno e così ho dipinto; alberi, pietre, frutta, fiori, fiumi, marine, boschi e ritratto volti e altro ancora... e poi una scoperta sorprendente e persino ovvia: se ho dei contenuti, li posso mettere in qualunque contenitore sia esso il paesaggio o qualunque altro, e tutto è li, fuori a portata di mano, in una grande magnificenza tutto intorno; non c’è che scegliere, e attraverso frammenti di realtà, parlare delle proprie emozioni, fissarle su una tela, e specchiarsi, per scoprire se cogliamo la superficialità delle cose, la sola epidermide dei volti, dei corpi, degli oggetti, o se sì può cogliere una parte dell’anima del creato e trasfonderne un poco della nostra.

Ora so perché sono un pittore figurativo; è lo stupore che mi prende di fronte al mondo, alla luce, al buio, alla bellezza, al fascino irresistibile di volti, gesti, persone, belle brutte alte basse giovani vecchi ed io, come un infaticabile ruminante, ho dipinto e disegnato, masticato e rimasticato molte immagini, fino a farle diventare mie: lo stupore è diventato il contenuto principale della mia vita, e non c’è sole tramonto pioggia o bufera, riso o pianto urlo o sussurro che non mi lasci tracce e non riempia le mie giornate.

Si! Lo stupore è il contenuto, e la pittura lo strumento con la quale racconto il racconto della mia vita e il mondo nel quale vivo. Ho grandissimi debiti con magnifici maestri; pittori che ho amato e amo e che certo hanno lasciato tracce nelle mie opere e che ringrazio di essere esistiti; non mi sono mai sentito orfano di maestri; mi è stato sufficiente guardarli, studiarli, anche copiarli, per trovare alcune delle risposte, (se non tutte) ma certo sicuramente quella: ” Perché il paesaggio?”
Perché no?

Oliviero Masi